mercoledì 14 marzo 2012

Dalla scrivania di Jack

Reazioni: 
Auschwitz. Ero il numero 220543 - Di Denis Avey, Rob Broomby

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Durante la seconda guerra mondiale il giovane soldato inglese Denis Avey venne catturato dai tedeschi in Egitto e dopo varie peripezie, fra cui una sosta in Italia, finì in un campo di prigionia militare vicino ad Auschwitz. Per la precisione – dato che il lager per antonomasia era in realtà costituito da tre sezioni/località contigue: Auschwitz, Birkenau e Monowitz – Avey si trovò a dover lavorare per i nazisti presso quest’ultimo campo di concentramento, accanto alla fabbrica che il gruppo industriale IG Farben stava costruendo per produrre gomma sintetica. Denis non riesce più a restare all’oscuro delle torture,delle punizioni che avvengono nel campo di Auschwitz e cercherà in tutti i modi, mettendo a repentaglio la propria vita di entrarci e di conoscere sempre di più. Ma perché lo fece? Perché rinunciò volontariamente alla protezione al suo status di prigioniero di guerra inglese per guadagnare l'accesso a un luogo dove speranza e umanità erano state distrutte?
Vi riporto le parole dette dallo stesso Denis per farvi comprendere meglio:

“Ora ve lo spiego. Sapevo che ad Auschwitz i detenuti venivano trattati
peggio delle bestie, però non avevo idea di cosa fossero realmente i vari
campi in cui si trovavano gli ebrei; né che Auschwitz I, a ovest delle nostre
baracche, fosse il peggiore campo di sterminio fino alla costruzione, ancora
più a ovest, di Auschwitz-Birkenau, che ridefinì il concetto stesso di
sterminio su scala industriale. A quel tempo non sapevo che Auschwitz III Monowitz,
il campo confinante con il nostro, era il meno letale, sempre
parlando in termini relativi. Sapevo solo che gli ebrei mi morivano davanti
agli occhi, e che quelli troppo deboli per lavorare venivano fatti fuori.
Guardando i loro volti, con le guance scavate e le orbite infossate nel
cranio, sembrava che di loro non fosse rimasto nulla. Erano stati privati di
ogni emozione e sentimento con la violenza. Dovevo vedere con i miei
occhi quale fosse la causa di tutto questo. E per farlo, dovevo andarci di
persona. Molti di loro ci imploravano, se mai fossimo riusciti a fare ritorno a casa,
di raccontare al mondo ciò che avevamo visto. Gli uomini a righe sapevano
bene quale fosse il destino in serbo per tutti loro. La prova era nel tanfo che
usciva dai crematori. E sì, anche noi avevamo sentito le voci che giravano a
proposito delle camere a gas e delle selezioni, ma io non potevo
accontentarmi delle dicerie. Le parole "congettura" e "ipotesi" non
appartengono al mio vocabolario. Se anche non avevo cognizione delle
differenze esistenti tra un campo e l'altro, dovevo scoprire a tutti i costi
cosa stesse trasformando quegli esseri umani in ombre. Volevo vedere il più possibile.
Doveva esserci una spiegazione, e confidavo che in futuro si sarebbe fatta giustizia.
Malgrado la mia impotenza, anch'io potevo fare qualcosa, e proprio per
questo non potevo chiudere gli occhi. Non era granché, ma se fossi riuscito
a entrare, se solo avessi visto, avrei potuto portare la mia testimonianza”.

Un libro documento che spiega la genesi che il protagonista ha vissuto nei campi di concentramento, gli scambi epistolari con la moglie dell’amico Ernst che si riveleranno di vitale importanza ma non solo, l’autore ci racconta anche la vita post-concentramento. Ci racconta delle interviste, delle lotte fatte per rivendicare i diritti dei morti di guerra e non, lo svolgersi delle sue condizioni di salute prima con l’intestino, poi con la vista e infine l’idea di scrivere un libro che potesse essere documento diretto di tante ingiustizie,barbarie e atrocità. In questo libro c’è tutto mi è piaciuto di più di Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys in quanto qui viene proprio scritto passo passo il percorso che l’autore fa prima di arrivare alla stesura del libro,e non scordiamoci che è una storia vera e non inventata quindi la si vive leggendola con maggiore pathos e scoramento. Consiglio a tutti la lettura di questo libro per comprendere meglio e appieno gli avvenimenti che hanno sconvolto l’Italia del ’45.

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