martedì 30 dicembre 2014

UNA PEDINA SULLA SCACCHIERA - Irène Némirovsky

Reazioni: 


Traduzione di Marina Di Leo
2013, pp. 173
isbn: 9788845927720

Sebbene l’ambientazione sia quella della piena depressione economica della Francia degli anni Trenta, possiamo con certezza affermare che mai romanzo fu più attuale. Una generazione di padri costretta a mantenere i figli i quali, rispetto ai loro genitori, hanno la sensazione, o forse la piena consapevolezza, di essere dei falliti.

Su questo sfondo si muove la nostra pedina, pedina del sistema che annulla l’uomo costringendolo a vivere al solo scopo di portare a casa a fine mese uno stipendio che gli consenta di sopravvivere. Sistema che annulla la persona svuotandola di ogni interesse, di ogni aspirazione.

Ecco perciò che con grande maestria, come sempre, la Nemirovsky ci presenta sul piatto il suo protagonista. Un personaggio che rappresenta l’antieroe per eccellenza, un uomo spento, senza stimoli né voglia di fare,  che non può altro che attirare le antipatie del lettore.

Chris­tophe Bohun, figlio del vecchio Bohun, colosso dell’acciaio ormai in rovina, ricopre un posto da semplice impiegato nella vecchia azienda del padre. Vive in una casa che, già da se stessa, ci raffigura un mondo decadente e squallido (tende rattoppate, mura ricoperte da broccati cupi e sciupati). Lo osserviamo attorniato da personaggi anch’essi spenti e privi di impulsi, il figlio, la moglie e la cognata, da sempre innamorata di lui e per la quale egli aveva provato in passato dei sentimenti e forse anche l’unica persona che, per qualche breve istante, riaccende nel protagonista un filo di speranza, di voglia di tornare a vivere "Vorrei tanto riaccendere l'amore in me, anche soltanto per un giorno, per un'ora. Almeno penserei a qualcos'altro, al di là della vita quotidiana, ma è solo una bolla, i conti non tornano...eppure l'ho amata...l'ho amata".

Questa l’unica fiammella che si accende in Christophe per tutta la durata del romanzo. Il resto è  un continuo chiedersi a cosa serva vivere, perché svegliarsi al mattino. Una lenta ed estenuante attesa della fine.

Su tutta la vicenda, incombe inoltre la figura del padre moribondo. Forse visto come unica via di salvezza e di riscatto. Tutti sono fermamente convinti che l’uomo lascerà, alla sua dipartita,  una cospicua eredità, ma il destino, quasi a volersi proprio accanire nei confronti di Christophe, gli gioca uno scherzo crudele.

Infatti, alla morte del vecchio Bohun, il figlio troverà una busta sigillata che, lungi dall’essere un testamento, è piuttosto l’ultima sfida che la vita vuole lanciargli: un elenco di parlamentari, giornalisti, banchieri a cui, nel tentativo di evitare il crac, il vecchio Bohun aveva elargito somme ingenti affinché spingessero il governo ad accelerare i preparativi bellici. Ecco quindi che l’uomo è costretto a compiere una scelta : perseverare nel  ricatto perpetrato dal padre o  rinunciare e continuare a crogiolarsi nel suo stato di resa?

Unica nota viva e pulsante in tutto il romanzo è, come sempre accade con la Nemirovsky, la descrizione della natura circostante. Unico luogo in cui l’animo può trovare conforto. Gli elementi naturali sono vividi, intensi e sono il solo rifugio per il cuore già morto di Christophe.

Meravigliosa la frase di chiusura del romanzo che rende in pochissime parole il senso di quella squallida esistenza, ma che non voglio anticiparvi perché svelerei troppo…

1 commenti:

Luce DiStella ha detto...

Bellissima recensione, direi quasi poetica. Non ho mai letto questo libro e adesso con le tue bellissime parole mi sono molto incuriosita.

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