martedì 30 dicembre 2014

UNA PEDINA SULLA SCACCHIERA - Irène Némirovsky

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Traduzione di Marina Di Leo
2013, pp. 173
isbn: 9788845927720

Sebbene l’ambientazione sia quella della piena depressione economica della Francia degli anni Trenta, possiamo con certezza affermare che mai romanzo fu più attuale. Una generazione di padri costretta a mantenere i figli i quali, rispetto ai loro genitori, hanno la sensazione, o forse la piena consapevolezza, di essere dei falliti.

Su questo sfondo si muove la nostra pedina, pedina del sistema che annulla l’uomo costringendolo a vivere al solo scopo di portare a casa a fine mese uno stipendio che gli consenta di sopravvivere. Sistema che annulla la persona svuotandola di ogni interesse, di ogni aspirazione.

Ecco perciò che con grande maestria, come sempre, la Nemirovsky ci presenta sul piatto il suo protagonista. Un personaggio che rappresenta l’antieroe per eccellenza, un uomo spento, senza stimoli né voglia di fare,  che non può altro che attirare le antipatie del lettore.

Chris­tophe Bohun, figlio del vecchio Bohun, colosso dell’acciaio ormai in rovina, ricopre un posto da semplice impiegato nella vecchia azienda del padre. Vive in una casa che, già da se stessa, ci raffigura un mondo decadente e squallido (tende rattoppate, mura ricoperte da broccati cupi e sciupati). Lo osserviamo attorniato da personaggi anch’essi spenti e privi di impulsi, il figlio, la moglie e la cognata, da sempre innamorata di lui e per la quale egli aveva provato in passato dei sentimenti e forse anche l’unica persona che, per qualche breve istante, riaccende nel protagonista un filo di speranza, di voglia di tornare a vivere "Vorrei tanto riaccendere l'amore in me, anche soltanto per un giorno, per un'ora. Almeno penserei a qualcos'altro, al di là della vita quotidiana, ma è solo una bolla, i conti non tornano...eppure l'ho amata...l'ho amata".

Questa l’unica fiammella che si accende in Christophe per tutta la durata del romanzo. Il resto è  un continuo chiedersi a cosa serva vivere, perché svegliarsi al mattino. Una lenta ed estenuante attesa della fine.

Su tutta la vicenda, incombe inoltre la figura del padre moribondo. Forse visto come unica via di salvezza e di riscatto. Tutti sono fermamente convinti che l’uomo lascerà, alla sua dipartita,  una cospicua eredità, ma il destino, quasi a volersi proprio accanire nei confronti di Christophe, gli gioca uno scherzo crudele.

Infatti, alla morte del vecchio Bohun, il figlio troverà una busta sigillata che, lungi dall’essere un testamento, è piuttosto l’ultima sfida che la vita vuole lanciargli: un elenco di parlamentari, giornalisti, banchieri a cui, nel tentativo di evitare il crac, il vecchio Bohun aveva elargito somme ingenti affinché spingessero il governo ad accelerare i preparativi bellici. Ecco quindi che l’uomo è costretto a compiere una scelta : perseverare nel  ricatto perpetrato dal padre o  rinunciare e continuare a crogiolarsi nel suo stato di resa?

Unica nota viva e pulsante in tutto il romanzo è, come sempre accade con la Nemirovsky, la descrizione della natura circostante. Unico luogo in cui l’animo può trovare conforto. Gli elementi naturali sono vividi, intensi e sono il solo rifugio per il cuore già morto di Christophe.

Meravigliosa la frase di chiusura del romanzo che rende in pochissime parole il senso di quella squallida esistenza, ma che non voglio anticiparvi perché svelerei troppo…

lunedì 15 dicembre 2014

IL GIOCO DELLE SETTE PIETRE - Alberto Minnella

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Incipit: L'eco dei tuoni rimbombava minacciosa fuori dalla porta d'ingresso del ristorante. La pioggia nera di quella notte siracusana si era fatta, per qualche ora, schermo d'acqua e aveva diviso il bene dal male, il mare aperto dalle acque stantie dello stagno.

Prima di entrare nel dettaglio del romanzo che mi accingo a raccontarvi, mi fa piacere dire che la mia continua ricerca di nuove case editrici e la conseguente caccia all'autore ancora non letto, mi ha riservato recentemente gradevoli sorprese. 
Ecco quindi che mi ritrovo a condividere con voi la seconda lettura che ho intrapreso sempre grazie al Buk festival tenutosi a settembre a Catania e sempre proveniente da casa Frilli.
L'autore di cui oggi ho il piacere di parlarvi e che mi ha accompagnata in questi ultimi giorni insieme al commissario Portanova per le strade di Siracusa è Alberto Minnella con "Il gioco delle sette pietre".
Per qualche istante mi sono chiesta come iniziare il mio racconto , da che punto di osservazione far partire il commento a questo romanzo. Poi, ho deciso di seguire l'istinto e  di cercare di trasmettere le sensazioni che quest'ultimo mi ha dato, ancora prima di raccontarvene la trama.
Ciò che vi accade appena cominciate a leggere "Il gioco delle sette pietre" è di sentirvi immediatamente proiettati al fianco di Paolo Portanova nella Siracusa del 1964. Con lui percepirete la cappa di umidità (moddura) che fa inceppare gli ingranaggi della mente, sentirete su di voi la fitta e persistente pioggerellina invernale che inzuppa il trilby del commissario. Gusterete con lui il tanto atteso pranzo, come anche sentirete di avere la bocca impastata o, ancora,  assaporerete il suo sigaro smezzato e vi scoprirete a  provare il suo stesso senso di angoscia.
Stiamo vivendo il capodanno del 1964 e, per quanto in commissariato si faccia ben poca baldoria e si stia brindando pacatamente, l'atmosfera viene rotta dalla immancabile telefonata della signorina Russo, un'anziana donna che è solita procurare inutili allarmi.
Questa volta, però, la Russo è certa di ciò che ha visto: degli uomini hanno ucciso e trascinato via il corpo di  Passanisi, il proprietario del ristorante "La spada blu". L'indagine parte con poca convinzione  a causa dell'incertezza sulla veridicità della notizia, ma, via via che si procede e che la notte diviene sempre meno giovane, agli occhi di Portanova e dell'ispettore Gurciullo, la storia si complica assumento toni sempre più "neri". Delitto di mafia? Ricatto? Forse, e forse anche altro. 
Ma toccherà ai lettori scoprirlo leggendo il romanzo. Soprattutto per comprendere anche il perchè del titolo...
Personaggi molto diversi , ma per certi versi anche  simili, sono quindi Portanova e Gurciullo. Il primo trascina con sè quel male di vivere che solo gli animi più profondi conoscono e del quale mai potranno liberarsi. Il secondo è, invece, un uomo semplice, ma dalla mente molto rapida e arguta. Si percepisce tra i due un forte legame affettivo, sebbene nessuna parola venga volutamente spesa a testimonianza di ciò. Quello tra i due è spesso un dialogo muto, nascosto dietro ad uno scambio verbale di facciata. 
Vale la pena fare la loro conoscenza se si è appassionati dell'atmosfera noir pur non andando tanto lontano da casa...

Passo adesso a presentarvi l'autore parlandovi brevemente di lui e ringraziandolo per essersi prestato a rispondere ad alcune domande

ALBERTO MINNELLA
Nato ad Agrigento nel 1985, ha lavorato come giornalista per il "Giornale di Sicilia" e come critico musicale per Ilmegafono.org, Mag-magazine e Indie for Bunnies. Ha studiato musica a Parigi all'accademia di batteria Dante Agostini. Un suo racconto "Il negozio del fotografo" è stato finalista per il premio Città di Palermo edito dall'Università di Milano e da Subway-Letteratura

Un saluto ad Alberto al quale ho chiesto:

D. da cosa è scaturita la scelta di ambientare la vicenda proprio nel 1964?
E quanto tale datazione può essere impegnativa per l'autore che quegli anni non li ha vissuti?

R. La scelta è stata del tutto casuale. Ho iniziato a scrivere il romanzo su una Olivetti Lettera 32 (datata 1963/1964) a ridosso del capodanno del 2012. Questa scelta ha successivamente richiesto uno studio approfondito sia del periodo storico che della condizione urbanistica e umana di quella Siracusa così lontana da me, attraverso alcune ricostruzioni storiche e tantissimi racconti da parte di ortigiani doc.

D. Pensi di dare il via ad una serie "Portanova"?

R. Ho già scritto un secondo romanzetto con protagonista Portanova ed è nelle mani di Carlo Frilli, il mio editore. Da pochi giorni ho iniziato a pensare alla terza disavventura di questo commissario malinconico.  

D. Scegliere di assegnare al protagonista delle abitudini, delle fobie o dei gusti ben definiti, può essere vincolante per un autore? O, al contrario, essi rappresentano dei punti fermi? Diciamo una sorta di boa dove ogni tanto fare base?

R. Credo sia fondamentale che ogni personaggio, protagonista o meno, debba avere della abitudini, dei vizi, dei pregi e dei difetti e che li debba spendere all’interno della società che lo scrittore gli ha costruito intorno, proprio come succede a noi. Questo sposta un personaggio dall’essere mera finzione a uomo di sangue e carta, tanto da far affezionare o arrabbiare i lettori. 

Ancora un saluto e buona lettura a tutti

martedì 9 dicembre 2014

L'OMBRA DI JAGO - Vincenzo Maimone

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Incipit: Tancredi spense con gesto di stizza il televisore. In realtà avrebbe voluto letteralmente spaccarlo, farlo in mille pezzi. Avrebbe voluto provocare un'esplosione catodica in grado di ridurre ai minimi termini tutto, ma proprio tutto ciò che, fino a quell'istante, era stato costretto a sentire.

Esistono saghe “reversibili” ? (l’espressione non è mia bensì dell’autore, ma mi permetto di citarla) Ebbene, dopo aver ultimato il secondo romanzo dedicato alle vicende del commissario Giacomo Costante e del prof. Tancredi Serravalle posso affermare che, addirittura, l’aver letto il terzo romanzo della serie prima del secondo,  ti mette addosso la curiosità di sapere cosa sia accaduto a Tancredi nell’episodio precedente, quali siano i fatti che si sono consumati nella sua vecchia scuola.

Ecco così che, presa dalla curiosità, mi sono recata in libreria alla ricerca di “L’ombra di Jago”  e, che dire? Sono rimasta sinceramente affascinata dall’argomento trattato dal romanzo.

Ad un primo sguardo il tema principale che colpisce il lettore è quello dell’invidia; invidia studiata da diversi punti di osservazione, quello del mondo degli adulti e quello del mondo degli adolescenti. Invidia che cova negli anni e invidia che nasce e si consuma tragicamente e rapidamente.

Ma tanti altri temi vengono toccati in questa storia dalla trama articolata e coinvolgente. Ad esempio la questione razziale, politica, religiosa. La “piccolezza”  di alcuni individui (che spesso sono poi coloro che ricoprono ruoli chiave nella società).

Al contrario dei gialli polizieschi ai quali siamo abituati, qui sembra quasi che la vicenda in sé, l’indagine appunto, sia solo un punto di partenza, una scusa, per scandagliare l’animo umano e il lato più perfido e marcio della società. Si porta il lettore a cercare di comprendere, dalla sua posizione esterna, non tanto quale sia il movente, bensì  il perché quel certo movente possa condurre, a volte,  a gesti estremi.

In sostanza mi permetto di dire che questo romanzo ha una forte connotazione noir, ma non tanto per i toni e i colori o gli ambienti, quanto proprio nel senso stretto e letterario del termine. Difatti “solitamente si considera il noir differente dal poliziesco tradizionale, perché lo scopo del libro non è soltanto di raccontare e risolvere un crimine. Alla fine del romanzo noir il lettore deve riflettere, rispetto a ciò che ha letto, sulla  realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dalla storia. La soluzione del crimine passa quasi in secondo piano”(cit.). Ed è proprio questo l’atteggiamento che “L’ombra di Jago” ci porta ad assumere durante la lettura, un atteggiamento di riflessione sui vari temi che via via vengono toccati dalla storia.
Naturalmente non mancano gli interventi del personale demone socratico di Tancredi, sempre fondamentali e incisivi, sebbene meno ironici questa volta per via delle situazioni in cui il protagonista si imbatte.

Infine, quindi,  l’invito che posso farvi, o meglio il consiglio che posso darvi,  è quello di leggere questo romanzo che fa sì riflettere, ma lo fa usando un linguaggio scorrevole, personaggi credibili e dei protagonisti che si fanno amare e che troveremo molto simili a noi, con i loro dubbi, le loro debolezze, ma anche, perché no, con  la loro forza e i loro ideali incrollabili nel tempo. 

Adesso, per la serie "lettore all'incontrario" acquisterò il primo romanzo della serie (Un nuovo inizio) e ci ritroveremo qui per il commento.

*Il professor Serravalle uscì dall'ufficio con il morale sotto le scarpe. quello che aveva fatto non gli piaceva per niente. Ma, soprattutto, non gli piaceva di aver utilizzato Chiara come alibi per giustificare la sua pusillanimità.
"Ma cosa mi sta succedendo?", continuava a chiedersi.
"Niente di cui debba meravigliarti", cercava di consolarlo il demone socratico.
"Stai solamente crescendo. Stai diventando grande, Tancredi. Nulla più di questo".
"E' così che succede?" E' questo che si diventa? Ipocriti?", domandava Tancredi
"No, Tancredi, si chiama pragmatismo", lo corresse il suo demone

Questo secondo romanzo della serie è edito da Sampognaro e Pupi. Io l'ho preso alla Feltrinelli di Catania, ma lo trovate di sicuro su ibs, amazon e sul sito dell'editore a questi link 



venerdì 10 ottobre 2014

LA FENICE ROSSA - Tess Gerritsen

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Incipit: E' tutto il giorno che la osservo. La ragazza non dà segno di essersi accorta di me. Eppure la macchina che ho noleggiato è ben visibile dall'angolo in cui si è incontrata oggi pomeriggio con altri adolescenti dall'aria annoiata.. Sembra più giovane dei suoi compagni, forse perchè è asiatica e di corporatura minuta. Ha diciassette anni, ma è uno scricciolo. Ha i capelli neri tagliati corti, alla maschietta, e un paio di jeans stinti e strappati. Non perchè sia di moda, ritengo, ma perchè devono essersi consumati a furia di usarli e di vivere per strada.


Da tempo mi ripropongo di andare avanti con la lettura dei romanzi della serie dedicata a Jane Rizzoli e Maura Isles, ma qualcosa, arrivata a questo punto, mi bloccava, ossia il fatto che non ho mai amato le storie ambientate a Chinatown o riguardanti la mafia cinese o simili. Il punto è che mi ci perdo proprio tra le leggende orientali, le usanze, i cibi. Sarà di certo un mio limite, ma tant’è…
Ad un certo punto, però, ho deciso che era più la voglia di condividere ancora una volta le avventure delle mie beniamine che il disagio verso l’ambientazione delle stesse.
Eccoci quindi insieme a Jane, Maura, Frost e il nuovo asiatico ispettore Johnny Tam, a rincorrere sui tetti di Chinatown un misterioso giustiziere armato di spada e…che altro?
Una sconosciuta viene trovata morta sul tetto di un edificio del quartiere cinese, ma non un edificio qualsiasi, bensì quello in cui si trovava un tempo La Fenice Rossa, il locale in cui, anni prima, era stata compiuta una tremenda strage. Cinque vittime, apparentemente non collegate tra loro.
Durante l’autopsia Maura trova sugli abiti del cadavere della sconosciuta uno strano capello argenteo che non pare umano, ed è questa l’unica traccia alla quale la polizia deve appigliarsi per risolvere il caso.
Tra miti e leggende, giustizieri venuti dal passato, rapimenti e sparizioni, finalmente i nostri eroi arresteranno il colpevole? Ma soprattutto il colpevole rappresenta il male o il bene?
Questo il punto focale del romanzo. Come sempre Tess Gerritsen ci racconta una storia e ci fornisce degli spunti di riflessione importanti seppure celati tra le righe di un racconto poliziesco.
La cosa che apprezzo in queste storie è il maturare dei personaggi. Ogni volta è come se li conoscessimo sempre meglio, se entrassimo sempre più nel loro intimo e nella loro quotidianità. E’ per questo che li sentiamo come fossero ormai dei nostri amici.
Lettura consigliata, ma ritengo che questi romanzi vadano letti in ordine poichè, sebbene non ci sia un legame tra l’uno e l’altro, si apprezzano di più se si accompagnano i protagonisti dalla prima all’ultima storia.

La serie dei romanzi con protagonista Jane Rizzoli

domenica 5 ottobre 2014

LA VARIABILE COSTANTE - Vincenzo Maimone

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Incipit: La voce dello speaker richiamava l’attenzione dei ritardatari invitandoli con una certa sollecitudine a recarsi all’imbarco. Cognomi originari delle più svariate nazionalità, e spesso dalle improbabili pronunce, si susseguivano negli annunci…

Giallo è il colore predominante della casa editrice Fratelli Frilli e gialli sono anche i toni della storia che vede la luce grazie alla penna di  Vincenzo Maimone nel suo “La variabile costante”. Romanzo scoperto assolutamente per caso alcuni giorni fa grazie alla manifestazione del Buk festival tenutosi presso il cortile di Palazzo Platamone nel pieno centro di  Catania.  Festival svoltosi nel corso di tre calde giornate autunnali e che ha visto come protagoniste piccole e medie case editrici locali e non.
Per ben due volte ho mancato la presentazione del libro di Maimone (che spero non me ne vorrà), ma, in questo caso, forse, leggere il romanzo senza aver prima conosciuto la storia e la natura dei personaggi, ha fatto sì che mi facessi un’idea tutta mia dei fatti e dei caratteri di ciascuno dei protagonisti.

In breve e senza anticipare troppo, la vicenda parte con l’uccisione di una giovane donna. Gli elementi portano a pensare ad un delitto passionale, ma, via via che le indagini prendono corpo, si prefigura una situazione molto più complessa del previsto. Il Commissario Costante si troverà quindi coinvolto in una storia che da Acireale arriva ad affondare le sue radici fino a Milano. Amori, amici, digressioni filosofiche, accompagnano la narrazione della vicenda poliziesca.

Se dovessi stilare un ordine di preferenza tra i vari personaggi, metterei al primo posto di sicuro una figura/non figura che è quella del demone socratico, una sorta di grillo parlante al contrario, una vocina sarcastica, cinica e realista che punzecchia di continuo il professor Tancredi Serravalle, caro amico dell’altro protagonista (perché la particolarità di questo romanzo sta secondo me proprio nel fatto che non ci sia un unico eroe della storia) il commissario di polizia Giacomo Costante.
Costante è un personaggio sicuramente positivo, riflessivo, schietto e per questo sereno e in pace col mondo, in fondo, e con se stesso. Felicemente fidanzato con Carla, amato dai suoi uomini e sicuro del fatto suo per quanto sempre pronto a mettersi in discussione.
Tancredi Serravalle è, invece, il personaggio più oscuro, più tormentato. Una brava persona, un uomo che ha a che fare giornalmente con giovani studenti, ma anche un uomo insofferente nei confronti dei superiori i quali, sovente, si dimostrano soggetti di scarsa consistenza e che,  però, in virtù dei poteri loro conferiti, ne usano e ne abusano mostrando in tal modo la piccolezza del loro essere. 
Ma non immaginate adesso Tancredi come un personaggio ombroso, tutt’altro. Il professor Serravalle è aperto, divertente e autoironico, grazie soprattutto agli interventi del suo sopra citato “demone socratico”.
Eccovene un esempio:
“Serravalle guardò l’orologio. Si era trattenuto in commissariato un po’ più di quanto aveva previsto e adesso gli sarebbe toccato raggiungere la scuola con passo veloce. “ma porca troia!”, commentò il suo demone socratico, la cui stanchezza ravvivava il suo eloquio. Iniziò a percorrere Corso Umberto mantenendo un ritmo brillante. Ben presto all’andatura da dressage, Tancredi sostituì un vivace trotto, seguito di lì a poco da un forsennato galoppo. (…)Arrivò davanti al portone della scuola esibendosi in una agile derapata. La camicia era fradicia di sudore. Il bidello lo guardò esterrefatto alzando gli occhi al cielo, in un misto di compassione e sdegno”

L’ambientazione del romanzo spazia da Acireale a Milano, passando anche per l’aeroporto di Catania. La descrizione dei luoghi è una delle cose che più mi ha colpito e affascinato. Di seguito un passo tratto dal romanzo:
“Le luci di corso Umberto cominciavano a riflettersi sul basalto reso lucido da una leggera pioggerella caduta nel pomeriggio. Il trolley saltellava sulla pavimentazione irregolare del marciapiede. La luce calda di una vetrina esaltava una scena agreste raffigurata su un piatto ovale di ceramica artigianale. Il rosso vivo e il blu intenso delle decorazioni della terracotta di Santo Stefano di Camastra davano forza e corpo alla semplicità del soggetto raffigurato. Un laboratorio di pasticceria esponeva una ricca composizione di frutta martorana. Una natura morta, con frutta e ortaggi che scatenavano i desideri voluttuosi di golosi impenitenti.”

Che altro aggiungere se non il consiglio di leggere questa storia, in fondo leggera, ben congegnata e con personaggi che restano nel cuore del lettore il quale, di sicuro, aspetta di sapere cosa accadrà nella prossima avventura di Costante e Serravalle.

QUATTRO CHIACCHIERE CON L'AUTORE
VINCENZO MAIMONE
Laureato in Filosofia. Ricercatore in filosofia politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Catania. Autore di vari saggi e articoli su riviste scientifiche. Ha pubblicato due romanzi, Un nuovo inizio (Sampognaro e Pupi) selezionato come semifinalista al Premio Scerbanenco, e L'ombra di Jago (Sampognaro e Pupi). Appassionato di cucina, ama andare in giro in sella alla sua Harley Davidson.

Intanto un saluto a Vincenzo Maimone e partiamo subito con le domande:
       D. Solitamente nei romanzi c’è sempre qualcosa di autobiografico, seppure solo nel modo di pensare dei personaggi e non necessariamente nei fatti che accadono durante la narrazione. Mi chiedevo se Costante e Tancredi sono due parti di una stessa persona ossia di un “come siamo” e di un “come vorremmo essere”
R. Costante e Tancredi, che ormai vivono di vita propria e hanno assunto una piena maturità caratteriale, condividono alcuni tratti del loro autore. Sebbene siano diverse  le cose che ci accomunano, tuttavia, lo sforzo che caratterizza la mia struttura narrativa è quello di presentare al lettore diverse prospettive. La prova è data dal fatto che il lettore tende ad affezionarsi ad entrambi i personaggi (e ciò mi inorgoglisce), ma non  nella stessa misura (e ciò mi rende ancora più fiero).

2      D. La figura del demone socratico, che è in fondo il terzo protagonista del romanzo, è un po’ forse quella parte di noi stessi che ciascuno è costretta a far tacere per quieto vivere? Secondo Maimone sarebbe più giusto dare voce al nostro demone socratico o è meglio lasciarlo lavorare sempre in sordina?
R. Credo che il ruolo che “il demone socratico” si è ritagliato nelle mie storie rappresenti una ragionevole mediazione tra convenienza, opportunità e sincerità a tutti i costi. Il suo realismo è utile a frenare gli slanci idealisti di Serravalle e, in un certo senso, lo proteggono da una parte da voli inutilmente rischiosi, dall’altro da un servile asservimento alle logiche burocratiche.

3          D. Ho letto che tra i romanzi precedentemente pubblicati c’è “L’ombra di Jago”, altra vicenda di Costante e Serravalle. Dalla trama pare però che non sia la prima. Qual è la giusta sequenza? E avremo un seguito a La variabile costante?
R. “La variabile Costante” è il terzo romanzo della serie che vede come protagonisti il commissario Costante e il professor  Serravalle. La sequenza corretta è la seguente:

“Un nuovo inizio”; “L’ombra di Jago”; “La variabile Costante”.

4             D. Aggiungo una quarta domanda che non avevo inizialmente previsto e che riguarda il titolo. Mi pare che “La variabile costante” possa attribuirsi sia alle vicende che via via il lettore potrà scoprire leggendo il romanzo e che riguardano in particolare dei codici da decifrare (se possiamo dirlo), ma sia anche allo stesso commissario Costante. E’ così? O è semplicemente un gioco di parole che vuol farci pensare ciò? (se non sono stata troppo contorta).

R. Come accade spesso (direi sempre) nei miei romanzi il titolo ha diverse chiavi di lettura. In questo caso il titolo rimanda certamente alla trama (ma mi fermo qui); si riferisce alla centralità della figura di Costante in questa storia ma anche, e forse soprattutto, “la variabile costante” rappresenta una sorta di sinonimo, di definizione alternativa di quella che siamo soliti chiamare “vita”. Detto altrimenti, ci illudiamo di poter controllare ogni aspetto della nostra esistenza, Seguendo una sorta di approccio deterministico, consideriamo la nostra esistenza come una lunga serie di elementi fissi, costanti, misurabili con precisione, e dunque pienamente controllabili. Dimentichiamo di vivere al contrario entro un orizzonte “quantistico” dove l’unica, e sola, costante è la variabilità. Non si tratta di una concessione al fatalismo, bensì un richiamo ad una piena e matura accettazione del peso e della responsabilità delle nostre scelte.

Un ringraziamento e un grosso in bocca al lupo a Vincenzo Maimone e ai suoi personaggi

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