sabato 11 giugno 2016

L'ESTATE CHE SPARAVANO - Giorgio D'Amato

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Incipit: Estate 1982, che estate! – io e Antonio su un motorino che svalanga, le bocche serrate per non ingoiare i tafani, i capelli a filtrare il vento (li portavamo scompigliati); lui è seduto dietro spiaccicato addosso e allora le mani devo tenerle fermissime sul manubrio, le braccia rigide, il culo sulla punta del sellino…
Anni Ottanta, Casteldaccia ( Castiddazza) , circa settemila abitanti, tra cui il nostro sedicenne protagonista e il suo amico Antonio.  Due ragazzini che si trovano del tutto casualmente immersi in quella che venne  denominata  la seconda guerra di mafia.
Nel 1982 viene ucciso il cognato del boss Filippo Marchese, uno dei più sanguinari uomini di Cosa Nostra. Nell’arco di otto giorni moriranno quindici persone, senza una vera logica in realtà.
Il nostro protagonista e l’immancabile amico Antonio sono lì, come tanti ragazzi di quegli anni, seduti al bar o scorazzanti sul loro Motobecane  a discutere di come poter cambiare il mondo o del loro futuro lontano da quel paese che gli va stretto. Loro parlano di film, di opere letterarie impegnate e, mentre Antonio ha visto e letto di tutto, il suo amico prende nota di ciò che dovrà vedere o leggere. Antonio vuole andare lontano, vuole vivere la sua vita altrove, il nostro protagonista, invece, almeno apparentemente ha un’indole pigra, ma, in fondo, forse, pensa che fuggire sia da vigliacchi, pensa che qualcuno debba restare  per cambiare davvero le cose.
Ed ecco perciò che Giorgio D’Amato a Palermo ci è rimasto, e, attraverso le pagine di questo romanzo/documento,  racconta la sua infanzia a Casteldaccia, racconta la sua amicizia con Antonio, i morti ammazzati che ti ritrovavi “coi piedi a paletta” non appena svoltato l’angolo. Racconta le birre al bar del centro, i cocktail trangugiati solo per darsi un tono, le teorie di due giovani che si affacciavano al mondo. Racconta di rabbia, dolore, morte, ma anche di amicizia e di speranza. Racconta pure di un professore, il prof. Ferlauto che ci credeva nel cambiamento e che esortava i propri alunni a pensare con la propria testa e a non lasciare che qualcun altro pensasse al  loro posto, perché , diceva: “ricordate, tutte le volte che voi non pensate o non pensate abbastanza, ci sarà qualcuno a farlo per voi, e non è detto che vi voglia bene”.
Un incastro perfetto tra la cronaca di quei giorni, precisa, puntuale, dettagliata e la vita che, nonostante tutto, con caparbietà, cerca in ogni modo di avere la meglio. Proprio come quelle pianticelle che sbucano tra le crepe dell’asfalto, quasi a dispetto di quest’ultimo.
Una menzione particolare va poi ai ragazzi di Apertura a strappo che, insieme a Giorgio, portano in giro una presentazione del romanzo che è più una rappresentazione di quest’ultimo. Bravissimi lettori e ottimo narratore dei fatti Giorgio stesso. Piacevolissimo ascoltare il racconto de “L’estate che sparavano” attraverso le loro voci e la musica che li accompagna.
Un romanzo di mafia, sulla mafia, ma diverso da qualsiasi romanzo mai scritto su questo argomento

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