mercoledì 18 febbraio 2015

UN NUOVO INIZIO - Vincenzo Maimone

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Incipit: Il professor Sapienza, a dispetto del cognome, della sua vita non aveva capito un cazzo.
Mi fermo qui e non proseguo con l’incipit poiché credo che questa semplicissima frase produca da sola nel lettore un forte impatto e, perché no, anche un sorriso beffardo.
Ho condotto l’esperimento (in realtà forzato dalla situazione contingente) di leggere a ritroso la serie, tra l’altro ancora in corso di sviluppo, dedicata al commissario Giacomo Costante e al professore di filosofia Tancredi Serravalle accompagnato dal suo fedelissimo ed instancabile demone socratico.
Da questo esperimento è venuto fuori che la prova "a gambero" è stata molto soddisfacente e che il conoscere già quelli che sarebbero stati gli sviluppi delle vite dei vari personaggi non ha inficiato il gusto della lettura, anzi, è stato come incontrare dei nuovi amici ai quali chiedere  di raccontare la loro storia passata che li ha portati ad essere ciò che oggi sono.
Il tema principale di questa prima avventura è la solitudine che scaturisce da una perdita, una solitudine che, sovente, inaridisce l’uomo e lo porta a chiudersi sempre più nei suoi pensieri isolandosi dal resto del mondo.

La trama.
Il corpo del professore Sapienza viene ritrovato nella sua villetta sita in una zona tranquilla ed isolata del paese. La morte del discreto e riservato docente sembra inspiegabile, ma qualcosa incuriosisce il collega Tancredi Serravalle, insegnante di filosofia, il quale inizia la sua personale avventura da improvvisato detective che lo porterà a condurre un’indagine inizialmente parallela a quella svolta dalle forze dell’ordine, ma che, per forza di cose, sarà costretta ad incrociare la strada battuta dal commissario Giacomo Costante. Ecco quindi il primo incontro tra i due protagonisti ai quali, come ho già accennato, se ne aggiunge un terzo virtuale, il demone socratico (o se vogliamo la coscienza parlante) del professor Serravalle. Tragici eventi e inspiegabili legami salteranno agli occhi dei due investigatori, fino alla sacrosanta conclusione del caso.

La trama scorre piacevolmente e si passa da amare considerazioni sulla vita, al racconto poliziesco, ai sarcastici interventi del demone socratico che, di continuo, punzecchia il povero Tancredi.
“ -Se ne vanno sempre i migliori. E’ proprio vero! - , esclamò, laconicamente, la professoressa Arcidiacono. Questa espressione aveva sempre attirato l’attenzione filosofica di Tancredi. Egli considerava questa affermazione pervasa da una intrinseca ambiguità. Da un lato, questo monito, sembrava esaltare la provvisorietà dell’esistenza, la sua irrilevante contingenza. Una contingenza nella quale la morte diventava una sorta di test di maturità intellettuale superabile solo dalle menti più capaci. Dall’altro, si palesava sullo sfondo una amara nota critica nei confronti dei superstiti, condannati ad una, non aurea, mediocrità. Esseri ridotti a nulla più che un residuo, degli ingombranti scarti di produzione. Allo scopo di sfuggire a questo inesorabile destino, l’espressione veniva completata da frasi consolatorie e cariche di un ingenuo ottimismo salvifico, del tipo – Comunque, prima o poi tocca a tutti! – “

Come mi è già capitato di affermare, la particolarità del romanzo noir non è tanto la trama gialla o poliziesca in sé, quanto la morale, o meglio, le considerazioni sociali che ne costituiscono la colonna portante. Trovo quindi sempre azzeccatissime le digressioni filosofiche che si amalgamano alla storia senza voler apparire cosa a sé.
Altri elementi che molti lettori amano, in quanto spunto di ulteriore ricerca e approfondimento, sono i riferimenti ad altri testi sia letterari che non.  In tal senso, ho trovato interessanti tanto quelli musicali (I’m a man of constant sorrow, della quale esistono varie versioni, e One love di Bob Marley) che cinematografici (Un lupo mannaro americano a Londra film horror anni '80 di John Landis).

In chiusura (inversa) ho voluto porre qualche domanda a Vincenzo Maimone (trovate qui un’altra intervista relativa alla recensione de “La variabile costante”) il quale ha gentilmente e prontamente risposto col la sua proverbiale esaustività

1.Il tema predominante di questo primo romanzo è la solitudine che arriva dopo un triste evento e che, per alcuni, conduce alla fine mentre, per altri, sfocia in una rinascita.  Volevi dare un messaggio di speranza o analizzavi semplicemente due lati della stessa medaglia?
R. Il tema di fondo che anima le scelte e le azioni di tutti i protagonisti principali della storia, e che costituisce il collante tra i diversi personaggi, è la reazione al dolore di una perdita. La solitudine è una delle possibili manifestazioni conseguenti a questa esperienza; come lo è l'estraniazione dal mondo; o, ancora, il desiderio di riprendere in mano la propria vita, provando a ricominciare a partire da quel dolore, o facendo finta che esso non ci sia mai stato. Da parte mia non vi era alcun intento di elogiare la speranza, ma semplicemente di descrivere le possibili reazioni e delineare le conseguenze derivanti dalla scelta della strategia di elaborazione del lutto.

2. Nonostante la mia lettura a ritroso della serie, noto che il rapporto tra l'autore ed i protagonisti cresce nel tempo. Adesso che stai scrivendo la quarta avventura di Costante e Serravalle, ti senti più in confidenza con loro? Ti riesce più facile entrare nelle loro teste?
R. Quando si costruisce un personaggio o, come in questo caso, più personaggi seriali, accade un fenomeno abbastanza curioso: essi divengono, a tutti gli effetti, persone di famiglia. Li si inizia a frequentare con una certa assiduità, si impara a conoscerne il modo di pensare, di parlare, di interagire con gli altri e di reagire ad eventi e situazioni. Nella costruzione dei miei personaggi, ho cercato di bilanciare due aspetti che mi sembravano rilevanti: da un lato, il bisogno di delineare due personalità definite e indipendenti e, in tal senso, riconoscibilmente differenti e con approcci diversi rispetto alle medesime vicende narrative; dall'altro, la necessità di giustificare, per così dire, la loro amicizia. In tal senso, mi sembrava importante far emergere possibili punti in comune, similitudini in grado di rafforzare il loro sodalizio. Non so dire se questa familiarità faciliti il mio compito di scrittore. Senza dubbio, si muovono molto più liberamente e hanno acquisito una certa autonomia. Tuttavia, un po' come accade nella vita reale, nulla esclude il fatto che le loro azioni e le loro scelte possano rivelarsi, sorprendenti e spiazzanti, per il lettore e, perché no, anche per me.


3.  Quanto c'è di vero e vissuto nel racconto della vita da " professori di liceo "?  Le macchiette che hai creato sono caricature o immagini fedelmente riportate su pagina?
R. Entrambe le cose. I personaggi che fanno da cornice al professor Serravalle sono "tipi": usuali modelli comportamentali. E sono "tipi" che mi è capitato di incontrare e che, in qualche misura, hanno attratto la mia curiosità.
Chiunque frequenti un ambiente di lavoro riconoscerà, o si riconoscerà in, alcune delle caratterizzazioni: il logorroico, il ruffiano, lo scansafatiche, l'indifferente, il solerte, ecc.. E tale aspetto, credo contribuisca a favorire un maggiore coinvolgimento emotivo nella storia.


Grazie ancora a Vincenzo Maimone e restiamo in attesa della quarta avventura dei nostri beniamini
Un nuovo inizio
Sampognaro & Pupi
Pag. 260
ISBN 9788895760124
Euro 18,00

 


martedì 13 gennaio 2015

COSA VUOI FARE DA GRANDE - Angelo Orlando Meloni, Ivan Baio (Un romanzo tragicomico sul futuro dell’istruzione italiana)

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Incipit: In terza elementare il piccolo Guido Pennisi non se la passava troppo bene. Orfano di madre, era un bambino taciturno che portava i capelli rifilati col la tazza e si lavava di rado. Nessuno sapeva che mestiere facesse il padre, e lo stesso Guido aveva al riguardo un’idea alquanto nebulosa.
Cosa vuoi fare da grande? E’ una domanda che noi adulti tendiamo a porre spesso ai bambini e loro, con molta ingenuità e convinzione, forniscono le risposte più disparate che andranno dal comunissimo la “ballerina” al “venditore porta a porta” all’”astronauta”.
Si sa, i bambini sono pieni di sogni e di aspettative, ma anche di certezze. Eppure, il Ministero della Pubblica Istruzione ,così come viene immaginato nel romanzo di cui oggi vi parlo, si è preso la briga di prevedere, o meglio in realtà determinare , il destino dei giovanissimi alunni  d’Italia. Come? attraverso l’uso di una macchina, il “futurometro” ideato, in modi e tempi non sospetti,  dal turco Volkan Kursat Bayraktar. Tutto ciò allo scopo di evitare lo “spreco” di risorse e di tempo, cercando di indirizzare ciascuno non tanto verso dove il cuore lo porterebbe (per citare in qualche modo un’altra autrice) quanto verso la direzione a lui più consona ,almeno secondo il risultato fornito dai circuiti dell’elaboratore elettronico.
L’istituto che viene scelto per effettuare una prima dimostrazione dell’infernale aggeggio è la Scuola elementare Attilio Regolo di Milano. Il tutto si svolge in un tempo indeterminato e in luoghi quasi dipinti da un mago dell’astrattismo. I personaggi sono surreali e spesso vuoti, a volte estremi nelle loro esternazioni verbali , ma anche nell’abbigliamento e nel comportamento in genere. Non direi che ci siano dei protagonisti e dei personaggi secondari, ognuno è protagonista, come nella vita reale, ognuno fornisce, nel bene e nel male, un suo contributo alla storia.
Raccontarla, la storia appunto, non è semplice poiché, anche se il fatto si svolge (in linea di massima e ad eccezione di alcuni flashback) in una mattinata, tante vite e tante situazioni si intrecciano e si sviluppano parallelamente quasi a rappresentare, in maniera tragicomica, la realtà che ci circonda.
A tratti esilarante sebbene tragico dopo attenta riflessione, il romanzo ci fa vivere da spettatori, attraverso le immagini che presenta agli occhi del lettore e grazie ad un modo di narrare solo apparentemente leggero, la vuota realtà alla quale ci stiamo sempre più approssimando.
Ho trovato l’idea e lo stile davvero geniali, ho sorriso, riso, riflettuto e credo che chiedere di più ad un solo romanzo sarebbe stato troppo.

Con grande simpatia e disponibilità Angelo Orlando Meloni ha risposto ad alcune domande che gli ho posto. Ecco quindi per voi qualche informazione su di lui e di seguito una breve intervista all’autore.

Angelo Orlando Meloni
E’ nato a Catania e vive a Siracusa. Ha scritto il romanzo “Io non ci volevo venire qui” e qualche racconto nascosto tra le pieghe del web. Aggiorna saltuariamente un blog di colore verde come la speranza, la benzina e l’ecologia, e passa il resto del tempo a creare personaggi fittizi, che prendono poi vita sulla carta o in rete senza che li si possa più distinguere da quelli veri. O viceversa…

1)Una caratteristica del romanzo è l’attribuzione, ad alcuni personaggi, di nomi molto particolari (Vedi Gemma Tuttacani, Marilisola Valcarelli, Anastasia Punzoloni ecc.). A questi si affiancano altri personaggi con nomi molti più semplici e comuni: Maria Indelicato, Guido Pennisi, Gianni Serra. La domanda è se la scelta dei nomi ha un suo compito preciso, ossia se questi sono stati assegnati allo scopo di sottolineare qualcosa.
R: Mi sono voluto divertire, perché tutto ciò fa ridere, o almeno lo speravo come spero che faccia ridere anche qualche generoso lettore. Ma sono forse i nostri veri nomi e i nostri veri titoli, i nostri vestiti con le cravatte rotanti e le paillettes, le nostre facce di palta, le nostre fissazioni, le nostre collezioni di immonde croste e musica incredibilmente brutta, i nostri infiniti salamelecchi meno assurdi, meno buffi, meno grotteschi?

2)”Volkan ne aveva avuto abbastanza. Sudore, puzza, lacrime, sangue, fumo. C’era troppa umanità in quella palestra, si diceva l’ingegnere, e l’umanità è inelegante”. A cosa si riferisce Volkan con il termine “umanità” usato in quel contesto? Qual è, secondo lui (e quindi secondo l’autore che gli ha attribuito questa frase) l’aspetto inelegante che caratterizza in quel momento quel gruppo di individui agli occhi di Volkan?
R:Volkan Kursat Bayraktar è una persona disturbata. I soldi e il successo gli hanno dato alla testa. Succede. Non a tutti, ma a qualcuno succede. La sua figura testimonia all'interno del nostro librettino che l'umanità conosce gli dei e gli dei sono i vip, i multimiliardari & compagnia cantante. L'olimpo esiste. Ma, mentre la classe media agonizza e con essa, in mezzo ad altre cose molto più importanti, agonizza il romanzo come prodotto di consumo capace di arrecare sollazzo spirituale, l'Olimpo è diventato una gran cafonata; più che una benedizione, una specie di penitenza da scontare se si ha successo. Aveva ragione Dylan Dog, cioè Tiziano Sclavi: l'inferno è qui. L'inferno è ora.

3) Leggo nella tua dedica sulla mia copia del romanzo “Abbasso il futurometro, W il futuro”. Pare quindi che ciò che il futurometro simboleggia è la tendenza attuale a prestabilire, attraverso strumenti asettici ed estranei all’individuo,  quelle che debbano essere le strade che ciascuno è più idoneo a percorrere, apparentemente allo scopo di ottimizzare le risorse. Ma, qual è il rischio che la società di oggi corre andando in questa direzione?
R:La fede cieca nella psuedo-scienza tende a fare tutto il giro e a ricadere nel misticismo. A me piace (moltissimo) la scienza, non il feticcio della misurazione, non lo spauracchio del controllo globale, della previsione millimetrica, il fardello delle anti-utopie. Ma va detto che Cosa vuoi fare da grande vuole essere più che un testo filosofico sul libero arbitrio un romanzo d'avventura scritto nel nome della fantasia infantile. E speriamo di aver centrato il bersaglio.


Cosa vuoi fare da grande
ANGELO O. MELONI
IVAN BAIO
DEL VECCHIO EDITORE
Euro 12,00

giovedì 8 gennaio 2015

MARTIN EDEN - Jack London

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Martin Eden
Jack London
Edizione BuR (Rizzoli)
Traduzione Oriana Previtali

Può la cultura, la conoscenza, il nutrimento dello spirito, portare al male di vivere e condurre alla morte? Tale è la domanda che il lettore si pone nel momento in cui richiude l’ultima pagina di questo romanzo, forse poco noto rispetto a tutta la produzione di Jack London (vedi Zanna bianca, Il richiamo della foresta), ma di sicuro tra i più intensi e umanamente coinvolgenti.
Martin Eden è un marinaio, un giovane marinaio di appena vent’anni, lavoratore indefesso, abile boxeur, gentile di animo, ma altrettanto rude e goffo nei modi e nell’espressione verbale.
Il destino lo mette sulla strada di un giovane dell’alta borghesia al quale Martin salva la vita. La vicenda provoca una profonda gratitudine nel ragazzo, per via della quale Martin viene invitato  presso la dimora della di lui famiglia. E’ qui che, goffo e impacciato come un elefante in un negozio di cristalli, il marinaio fa la conoscenza di Ruth, sorella del giovane e donna molto diversa da tutte quelle che Martin ha fino ad allora conosciuto. E’ così che l’animo poetico di Martin viene stregato da quella figura di fanciulla così eterea, così sicura di sé, così istruita. Ella diviene la sua musa, la fonte di ispirazione e il suo punto di arrivo. E’ per lei che Martin decide di colmare il divario che esiste tra lui e quel mondo di gente così eccelsa, così perfetta. E’ per lei che la sua sete di sapere e di migliorarsi diviene la sua unica ragione di vita.
Il romanzo è perciò il racconto, vissuto a fianco del protagonista, della sua crescita, del suo cambiamento.
Quella alla quale assistiamo è la presa di coscienza, da parte di Martin, dell’ambiente che lo circonda come anche di se stesso, del suo potenziale e della piccolezza di coloro che egli, in un primo momento, vedeva come  giganti.
Il sapere, la cultura, l’approfondimento, lo portano a guardare il mondo, sia quello operaio che quello alto-borghese, prendendone le distanze, quasi come avendo conquistato un punto di osservazione privilegiato e d’insieme. E proprio questa visione chiara lascia Martin  disgustato a causa di ciò che adesso egli è in grado di vedere e di sentire. “Lesse e rilesse la grammatica che aveva portato con sé, finchè il suo cervello fresco non ne fu padrone…Con grande gioia si accorse che il suo orecchio diventava sensibile e che gli si sviluppavano nervi grammaticali”.
La stessa figura di Ruth, per lungo tempo amata e venerata dal giovane marinaio, assume, da subito agli occhi del lettore, ma a suo tempo anche a quelli di Martin, una connotazione negativa. “Ella era afflitta dal solito isolamento mentale che fa credere agli esseri umani che il proprio colore, il proprio credo, la propria politica siano ottimi e giusti, e che tutti gli altri esseri umani sparsi per il mondo, siano meno favoriti di loro”.
Lo scopo della donna è quello di plasmare il giovane a suo piacimento, considerandolo quasi una massa d’argilla. Un rozzo bovaro da addomesticare.
I capricci di lei rappresentano il capriccio ottuso del borghese tipo, annoiato e presuntuoso.
Martin è deciso a diventare uno scrittore e la storia pone il lettore come spettatore  arrabbiato e impotente di fronte ai continui rifiuti da parte delle riviste che, a brevissimo giro di posta, restituiscono al mittente i suoi dattiloscritti. Nessuno crede in lui, non la famiglia e neppure la donna che ama.
E quando, finalmente, giungono i dovuti riconoscimenti al suo lavoro, alla sua fatica, ai suoi sacrifici, ecco che per Martin è troppo tardi. Il suo entusiasmo si è spento, il suo cuore è deluso più che spezzato, nessun avvenimento riesce a procurargli un minimo di gioia.
Una storia triste? O la normale storia di uno spirito superiore costretto nella gabbia della miserevole esistenza che lo circonda e della quale ha preso coscienza?
Romanzo sempre attuale  che fa riflettere e prendere atto della confinatezza degli orizzonti umani. Non esiste via d’uscita agli occhi dell’autore del quale, dopo aver letto la storia personale, si comprende la chiara intenzione autobiografica nella stesura del  romanzo. London morì,
apparentemente suicida, in California a soli quarant’anni. La sua vita fu, né più e né meno, quella di Martin Eden, un giovane vagabondo che dovette adattarsi ai lavori più disparati e che solo molto tardi ebbe i meritati successi letterari. Se davvero la sua vita fu stroncata volontariamente per sua mano, il romanzo assume allora i connotati di un drammatico testamento profetico.
Lettura molto interessante che richiede la giusta disposizione d’animo del lettore ad immergersi nel cuore del protagonista ed a vivere in prima persona gli avvenimenti narrati e l’evoluzione spirituale dello stesso.
Un tassello in più che non dovrebbe mancare nel bagaglio di un amante della lettura e della letteratura .

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