“Ci sono mondi fantastici popolati da draghi. Ci sono altri mondi fantastici popolati da rondini, tigri, tartarughe e balene. Il libro che avete tra le mani unisce questi mondi.”
Dopo tre anni di prigione Shadow sta per tornare in libertà quando viene a sapere della morte misteriosa della moglie e del suo migliore amico. Sull'aereo che lo riporta a casa l'uomo riceve una proposta di lavoro da un tipo piuttosto enigmatico, Mister Wednesday: Shadow accetta, ma gli servirà ancora qualche tempo per scoprire chi sia in realtà il suo capo, chi siano i suoi compagni d'affari e chi i suoi concorrenti.
Quando Susan - a causa dei vizi nascosti del marito - si ritrova vedova e con la casa pignorata, insieme ad alcune amiche decide di compiere una rapina. Contro ogni probabilità, il colpo va a buon fine, e alle "cattive ragazze" non resta che raggiungere la Costa Azzurra, riciclare il denaro e sparire. Nulla che possa spaventarle, dopo tutto hanno più di un motivo per riuscire nella loro impresa: andare in crociera e fuggire il brodino dell'ospizio.
Grande e recente scoperta Claudio Cicciarelli, autore che abbiamo avuto il piacere di ospitare presso La Fumettolibreria con questo suo lavoro edito da Shockdom.
Una Shockdom che, per un momento, abbandona il fumetto per spostarsi sul genere del romanzo illustrato.
Da bravo psicologo clinico qual è, Claudio ci accompagna insieme al suo protagonista (un protagonista senza nome, una sorta di Dante Alighieri della psiche) in un viaggio in "scivolata" attraverso gli abissi della mente, all'interno della quale vivono, nel sonno della ragione, diciannove mostri dei quali faremo la conoscenza sia attraverso il racconto, sia attraverso le bellissime illustrazioni di diciannove fantastici illustratori che hanno saputo rendere vivida l'idea di ogni essere che incontreremo durante il nostro cammino.
I mostri di cui parliamo rappresentano diciannove disturbi mentali, raccontati attraverso un ordine non casuale all'interno di una mappa in cui troviamo, nella prima parte le nevrosi, per giungere poi fino alla seconda parte, separata dal disturbo borderline, dove sono collocate le psicosi.
Il viaggio del protagonista non è un viaggio fine a se stesso, bensì un percorso che ci fa riflettere su quali siano le ossessioni o le paure che abitano la nostra mente, quasi dando loro un corpo e dando a noi la possibilità di comprenderle meglio e, in qualche modo, capire che possiamo far sì che si assopiscano. Il tutto, però, non attraverso uno scritto dal sapore prettamente clinico, bensì attraverso una storia che ci conduce in un mondo onirico quasi paragonabile a quello di Alice e del bianconiglio.
La perculiarità del volume è la realizzazione su carta patinata con una particolare tecnica che ci dà la visione di un foglio stropicciato, con parti sottolineate o cancellate. Quasi si trattasse di un manoscritto trovato per caso e riportato in vita.
Consigliatissimo!
Di seguito due delle illustrazioni contenute nel volume, la prima è rappresenta la parafilia, la seconda l'ansia.
Scritto negli anni Settanta, rappresenta una grande innovazione e, probabilmente, una grande anticipazione dei tempi futuri in cui i social la fanno da padroni.
Le venti giornate di Torino non è un libro per tutti, bisogna dirlo. Realtà distopica , quasi onirica, in cui il protagonista decide di indagare (dopo anni dalle famose venti giornate) su ciò che "infettò" Torino in quel lasso di tempo. La gente soffriva d'insonnia in quei giorni e vagava per le strade in pigiama. L'aria era permeata da un forte odore d'aceto e neri giganti intonacati venivano fuori dal nulla per mietere le loro vittime con grande violenza, usando gli esseri umani come mazze da golf o da baseball che venivano spappolate sui muri o sui momumenti.
Voci
carpite attraverso un registratore , strani personaggi che scrivono
lettere anonime a sconosciuti e una bizzarra biblioteca creata per far
sì che ciascuno possa depositarvi i propri intimi segreti, i propri
scritti tenuti nel cassetto, in modo che chiunque potesse fruirne
leggendoli.
In un primo momento ho faticato ad entrare nel racconto, forse troppo astratto, quasi allucinogeno, ma, via via che si capiscono le allegorie( alla fine vi è anche un buon glossario che le spiega), tutti i pezzi vanno al loro posto e si riesce ad apprezzarlo appieno. Credo di poter affermare con certezza che si tratta di un romanzo geniale, ben scritto e, soprattutto, molto avanti per il tempo in cui fu partorito.
Manuelita Orioles e Alvaro Castillo sono due coniugi che hanno appena trascorso insieme una stranissima notte di sesso in cui i loro spiriti hanno subìto una traslazione per via della quale lo spirito di lei è entrato nel corpo del marito e viceversa. Un'esperienza assolutamente straordinaria quanto strana attraverso la quale ciascuno di loro è riuscito a vedere se stesso fare l'amore con l'altro. Entrambi hanno tenuto per sè quella esperienza bizzarra e, già dal mattino seguente, tutto sembra essere tornato alla normalità.
E' domenica, Manuelita si reca in chiesa per la funzione, mentre il "professore" rimane in casa in quanto ateo e, allo stesso tempo, padreterno convinto.
Alvaro è un uomo davvero fuori dal comune, amante delle donne e delle loro debolezze , della loro prevedibile manovrabilità. Lui ama spingere al limite le donne, portarle nel luogo in cui si scoprono libere di provare piacere e ciascuna in modo differente.
Ritiene , Alvaro, che il corpo, e non lo spirito, esprime la verità che ci portiamo dentro. Potremo burlarci del nostro corpo e degli altri facendo loro credere di pensarla fermamente in un certo modo, ma, puntualmente, sarà proprio il nostro stesso corpo a smentirci e sbugiardarci.
Alvaro si ritiene un uomo libero, libero di poter fare ciò che vuole, ciò che gli piace, perchè lui è convinto di essere molte spanne sopra gli altri. I suoi deliri di onnipotenza lo hanno portato a compiere azioni davvero spropositate e crudeli ma, nonostante questo, la gente continua ad ammirarlo e rispettarlo perchè essa stessa, nonostante lo disprezzi per il trattamento che riserva alla sua bella Manuelita, è costretta a riconoscere la sua superiorità.
Il tutto si svolge in una silenziosa danza mascherata da normalità. Normalità che, via via che il lettore si addentra tra le pagine della storia, lascia spazio a situazioni e rivelazioni sempre meno nella norma.
Man mano che la storia procede molti segreti vengono svelati e tanti tasselli cominciano ad andare a posto, sebbene, nonostante tutto, vi ritroverete a perdonare Alvaro perchè lui sa dire grandi verità con estrema razionalità e logica che, malgrado ciò, hanno un suono quasi poetico.
Non c'è una morale nel romanzo, nessun insegnamento, nessuna conclusione da trarre, solo tante riflessioni sugli uomini e su quanto il giusto non riesca sempre a prevalere sul lato oscuro, sempre negativo, ma spesso intrigante
Antonio Ciravolo è anche autore di L'ultima notte di X, romanzo intenso e spiazzante di cui vi consiglio assolutamente la lettura
Ed ecco a voi il primissimo articolo della sezione FUMETTI! E con chi inauguriamo questo spazio? Ma con la nostra carissima amica Alessandra Patanè autrice frizzante, simpatica e che stimo molto per il suo lavoro che svolge da grande professionista.
Abbiamo seguito Alessandra durante la vita del suo bellissimo Greedy Flower, opera in sette volumi edita da Shockdom, che ha avuto grandissimo successo di pubblico e che reputo un lavoro davvero originale che si presta a tantissime chiavi di lettura.
Ma torniamo al fumetto oggetto di questo post e diciamo subito che quest'anno vediamo la nostra Alessandra entrare a far parte della grande scuderia Panini Comics e vi approda con un lavoro coloratissimo e coinvolgente. Stiamo parlando di CTRL-Z.
Cosa possiamo raccontarvi senza spoilerare troppo? Innanzitutto presentiamo il protagonista principale ossia Hugo, ragazzino alquanto sfigato cui, naturalmente, va tutto per il verso sbagliato. Ma la cosa che negli ultimi tempi lo ossessiona è l'immagine di una pubblicità che lo spinge , seppure controvoglia, a scaricare una APP dal nome sospetto : CHAN"G/C"E ( nel fumetto è scritto diversamente in quanto trattasi di un logo, ma volevo riuscire a rendere il concetto di change e chance). Senza raccontare troppo dico solo che la App gli consentirà di tornare indietro di un'azione in modo da poterla correggere, insomma, da aggiustare il tiro, proprio come avviene sul pc usando il comando CTRL-Z.
Al fianco di Hugo troviamo tanti bizzarri e simpatici personaggi tra cui Eliantho, la sua bellissima migliore amica , innamorata di Hugo, ma che lui vede solo come una sorella rompiscatole. Poi sono diversi gli amici che lo circondano e che sono spesso causa di mille problemi.
La storia scorre veloce e mette allegria, una lettura molto adatta ai giovani amanti del fumetto, ma anche ai meno giovani e a coloro che prediligono le avventure all'apparenza scanzonate, ma che, come in tutti i fumetti di Alessandra, lasciano sempre uno spazio per riflessioni più profonde. Una sorta di "Sliding doors" del fumetto insomma questo volume dalle tinte fluorescenti, ma con un certo spazio di manovra lasciato nelle mani del protagonista invece che del destino.
Tra audizioni, lezioni universitarie, problemi di cuore e qualche scazzottata, le giornate di Hugo si susseguono e ci lasciano fino alla fine col sorriso e con la speranza che, alla fine, lui sappia davvero quale sia la strada più giusta da intraprendere.
Sono davvero carini e originali tutti i riferimenti ai comandi del PC e al mondo dell'informatica e c'è anche una chicca interessante poichè la APP è davvero scaricabile sul vostro pc, anche se, immagino, non vi consenta sul serio di annullare l'ultima vostra azione, ma chi lo sa in fondo?...tentar non nuoce si dice.
Il finale lascia presupporre che la storia continui, anzi, starà proprio a voi cliccare su Yes or No alla voce "Continue?". Io direi di sì poichè, per quel che ho potuto vedere durante la manifestazione di Etna Comics, tenutasi appena poco più di una decina di giorni fa a Catania, Alessandra ha firmato e fatto tanti bei disegni su tante e tante copie allo stand Panini.
Allora ancora tante congratulazioni ed un in bocca al lupo ad Alessandra Patanè e un bacino sul naso al suo inseparabile gatto Bastet.
Di seguito qualche foto di Alessandra durante l'incontro con i suoi fans nel corso di Etna Comics 2017 e con lo sfondo del grande manifesto dedicato dalla Panini a CTRL-Z
Incipit: Estate 1982, che estate! – io e Antonio su un
motorino che svalanga, le bocche serrate per non ingoiare i tafani, i capelli a
filtrare il vento (li portavamo scompigliati); lui è seduto dietro spiaccicato
addosso e allora le mani devo tenerle fermissime sul manubrio, le braccia
rigide, il culo sulla punta del sellino…
Anni Ottanta, Casteldaccia ( Castiddazza) , circa settemila
abitanti, tra cui il nostro sedicenne protagonista e il suo amico Antonio.Due ragazzini che si trovano del tutto
casualmente immersi in quella che venne denominata
la seconda guerra di mafia.
Nel 1982 viene ucciso il cognato del boss Filippo Marchese,
uno dei più sanguinari uomini di Cosa Nostra. Nell’arco di otto giorni
moriranno quindici persone, senza una vera logica in realtà.
Il nostro protagonista e l’immancabile amico Antonio sono
lì, come tanti ragazzi di quegli anni, seduti al bar o scorazzanti sul loro
Motobecanea discutere di come poter
cambiare il mondo o del loro futuro lontano da quel paese che gli va stretto.
Loro parlano di film, di opere letterarie impegnate e, mentre Antonio ha visto
e letto di tutto, il suo amico prende nota di ciò che dovrà vedere o leggere.
Antonio vuole andare lontano, vuole vivere la sua vita altrove, il nostro
protagonista, invece, almeno apparentemente ha un’indole pigra, ma, in fondo,
forse, pensa che fuggire sia da vigliacchi, pensa che qualcuno debba restare per cambiare davvero le cose.
Ed ecco perciò che Giorgio D’Amato a Palermo ci è rimasto, e, attraverso le pagine di questo
romanzo/documento, racconta la sua
infanzia a Casteldaccia, racconta la sua amicizia con Antonio, i morti
ammazzati che ti ritrovavi “coi piedi a paletta” non appena svoltato l’angolo.
Racconta le birre al bar del centro, i cocktail trangugiati solo per darsi un
tono, le teorie di due giovani che si affacciavano al mondo. Racconta di rabbia,
dolore, morte, ma anche di amicizia e di speranza. Racconta pure di un
professore, il prof. Ferlauto che ci credeva nel cambiamento e che esortava i
propri alunni a pensare con la propria testa e a non lasciare che qualcun altro
pensasse alloro posto, perché , diceva:
“ricordate, tutte le volte che voi non pensate o non pensate abbastanza, ci
sarà qualcuno a farlo per voi, e non è detto che vi voglia bene”.
Un incastro perfetto tra la cronaca di quei giorni, precisa,
puntuale, dettagliata e la vita che, nonostante tutto, con caparbietà, cerca in
ogni modo di avere la meglio. Proprio come quelle pianticelle che sbucano tra le
crepe dell’asfalto, quasi a dispetto di quest’ultimo.
Una menzione particolare va poi ai ragazzi di Apertura a
strappo che, insieme a Giorgio, portano in giro una presentazione del romanzo
che è più una rappresentazione di quest’ultimo. Bravissimi lettori e ottimo
narratore dei fatti Giorgio stesso. Piacevolissimo ascoltare il racconto de “L’estate
che sparavano” attraverso le loro voci e la musica che li accompagna.
Un romanzo di mafia, sulla mafia, ma diverso da qualsiasi
romanzo mai scritto su questo argomento
A metà giugno, il termometro
stava ancora fisso sui sedici gradi sopra lo zero e per ogni siracusano che
fosse tale, data la stagione, quello era freddo da orbi.
In via Cavour si era spenta
l’ultima finestra. Poco più avanti, nella piazza in cui si affacciava il tempio
di Apollo, l’orologio a lampione segnava le due e mezza di notte.
Da un po’ di
tempo ormai ci aggiravamo per le strade di una Siracusa della metà degli anni
’60 sperando di incontrare ancora il commissario Paolo Portanova. Ci chiedevamo
cosa stesse facendo, quali fossero i suoi pensieri, i suoi piani. Volevamo
sapere di più sul suo conto e, mossi da una (in)sana curiosità, la domanda che
ponevamo in giro era più o meno : “
quando uscirà…?”
Ed ecco che
le nostre richieste sono state soddisfatte, le nostre domande hanno ricevuto
risposta e il commissario Portanova è uscito nuovamente allo scoperto per
regalarci un’altra delle sue storie dai toni noir, ma, questa volta, con
qualche spruzzata di pungente ironia.
Immaginate
la giusta atmosfera. Siamo in giugno e, come spesso accade in Sicilia, le
temperature mutano repentinamente e l’aria, da
fresca ancora che è, diventa
rovente. Ecco, ci troviamo proprio in questa fase climatica nel momento in cui
il mare, tanto generoso alcune volte
quanto altre crudele, restituisce alla terra il corpo senza vita del giovane
“Salvatore Spicuglia di anni venti”.
Da qui una
giostra di personaggi contribuiranno a mettere in scena questa nuova avventura
siracusana del commissario Portanova: Andreina,
madre del defunto, la cognata Gina, Gurciullo, il giudice Piccolo,
Viganò, Iannelli, la vicina di casa Lucia (che renderà ancora più complicata la
vita del commissario il quale, nel momento in cui la vicenda si svolge, si
trova fisicamente lontano dalla moglie Carla in trasferta a Catania). E poi
ancora altre figure le quali formano un incastro perfetto con l’ambiente
circostante e con la storia. Ambienti e paesaggi che, come deve accadere nel noir, sono
personaggi essi stessi.
Tanti
elementi della storia ci parlano dei gusti di Portanova e dei suoi tempi “Paesi
tuoi di Pavese, letto per metà, La mia prima evasione di Trockij” e melodie che
si ascoltano in sottofondo quali “Parlami d’amore Mariù” e “T’ho voluto bene”
di Gino Redi.
La novità
principale di questo nuovo lavoro riguarda la narrazione in prima persona che
ci permette di conoscere Paolo Portanova ascoltando la sua stessa voce,
entrando nel personaggio e guardando il mondo con i suoi occhi.
Un mondo che
lo pone dinnanzi , spesso e volentieri, alla necessità di adeguarsi a quella
che si presenta, già al mattino, come una “mala jurnata”.
La storia
prende il lettore sin dalle prime righe e a quest’ultimo riesce difficile
staccare gli occhi dal romanzo poichè ci si trova, quasi senza rendersene
conto, ad inseguire, sfogliando le pagine una dopo l’altra , il commissario
nella sua corsa alla ricerca del colpevole. E alla fine di questa frenetica
caccia ci si rende conto di aver assimilato e compreso con leggerezza e quasi
inconsapevolmente, quelle che sono le caratteristiche di Portanova, le sue
abitudini, i suoi fantasmi, e tutto senza che “troppo” venga spiegato, senza
forzature.
In questo
secondo episodio prendono il via nuove storie nella storia e, un po’ alla
volta, si inizia ad affezionarsi sempre più ai personaggi. Cosa questa che è
giusto accada in un romanzo seriale perché si possa affermare che l’autore abbia ottenuto il risultato
sperato, che abbia colto nel segno.
Ma come ci
si affeziona ai personaggi ci si lega anche ai luoghi. Riusciamo quasi a vederli,
a sentire il calore del sole, la forte luce emanata da questo, l’odore tipico
delle navi e del porto, il sapore degli arancini e il gusto fresco di una birra
ghiacciata.
Allora
quello che vi consiglio e di trovare un momento di quiete nelle vostre settimane
frenetiche e di sedervi sul vostro comodo divano, avendo l’accortezza di
lasciare un po’ di spazio al commissario Portanova il quale sarà ben lieto di
sedere accanto a voi e raccontarvi quella che per lui è stata davvero “Una mala jurnata”.
Alcuni passi
tratti dal romanzo:
-
- Preso dallo sconforto, corsi ai
ripari; succhiai l’Extravecchio con più calma e mi persi a occhi chiusi in
mezzo agli sbuffi di tabacco, abbandonandomi senza difese. Non potevo farne a
meno. Del resto questa era la mia natura di siciliano di origine incontrollata
-
Pensai alla storia che mi aveva
raccontato Camurro, a mattinata iniziata, della nave di grano che trecento anni
prima salvò un suo probabile antenato dalla fame e della successiva tradizione
di mangiarlo bollito senza macinarlo. In sostanza parlava della cuccìa, un
piatto di parternità siracusana e diffusosi in tutta la Sicilia […]arrivato lì,
stremato dal caldo, mi domandai, ma durò solo un attimo, come mai quell’acqua
avesse smesso di portare fortuna e, invece, con testardaggine restituiva al
mittente tutto ciò che produceva l’invidia, la gelosia, l’ignavia; la
cattiveria umana, insomma
Una mala jurnata per Portanova
Alberto Minnella
Fratelli Frilli editori € 9,90
L’autore, Alberto Minnella, che abbiamo
conosciuto con “Il gioco delle sette
pietre” (prima
avventura del Commissario Portanova) edito anch’esso da
Fratelli Frilli editori, è nato ad Agrigento nel 1985. Ha lavorato come
giornalista per il “Corriere di Sicilia” e per il “Giornale di Sicilia” . E’
stato critico musicale per Ilmegafono.org, Mag-magazine e Indie for Bunnies. Ha
studiato musica moderna a Parigi, presso l’accademia Dante Agostini. Un suo
racconto “Il negozio del fotografo” è stato finalista al Premio Città di
Palermo
Tre domande ad Alberto Minnella
1.Abbiamo notato che dal primo romanzo a questo
secondo si è passati dalla narrazione in terza persona a quella in prima
persona. Puoi quindi darci un parere sul campo, ossia, hai trovato più
difficile il primo tipo di narrazione o il secondo? E perché?
R.Dopo la terza stesura (in terza
persona) di questo secondo capitolo che vede ancora una volta il commissario
Portanova come protagonista, ho avuto grosse difficoltà nel far quadrare tutto.
Insomma, non girava! Alla quarta,
dopo un centinaio di correzioni, ho cestinato il romanzo. Per quasi un anno
sono entrato in crisi creativa, riconsiderando soprattutto le mie forse
inesistenti doti di romanziere. Poi, per fortuna mia, rileggendo “Lame di luce”
di Michael Connelly ho avuto quella che molti mi consigliavano fosse “una
pessima idea”: riscrivere tutto il romanzo e spostare la visuale in prima
persona, con conseguente ritardo di consegna del manoscritto (pari a più di un
paio di mesi al di là dalla scadenza). In sostanza, sarebbe stato Portanova
stesso a raccontare la storia (una pessima idea?). Già dal primo capitolo,
notavo che da scrivere fosse per me più divertente, il ritmo delle pagine è
diventato più serrato e ha reso possibile rendere faziosa qualsiasi impressione
sugli ambienti e sugli altri personaggi. Per meglio distruggere la solennità
del genere poliziesco, giusto per non farmi mancare niente, ho usato un codice
linguistico ovviamente diverso dal “Gioco delle sette pietre”, più basso e pratico
(alla faccia degli Jakobson di turno), sporcato con qualche goccia di dialetto
e con la tendenza alla costruzione della frase secondo Lingua Sicula. Ne è
uscito fuori un commissario più ironico e ancora più malinconico. Sono emerse
le sue fragilità, i segni dell’età che è costretto a trascinarsi e le sue
nevrosi. Infine, durante l’ultima correzione, ho cercato di limare le pagine
giocando con l’”antilingua delle carte bollate”. Non so se è stata o meno una
pessima idea, ma avevo una voglia incredibile di divertirmi, di mettermi in
gioco (correndo più di qualche rischio) e di continuare questa strada
difficilissima che è il raccontare.
2. Nel primo romanzo l’umore di Portanova era molto
cupo, in perfetto stile noir del resto. Adesso troviamo qualche scena un po’
più “frizzante” che fa anche sorridere il lettore. Ti chiedo: è stata una
scelta ponderata o questo piccolo cambiamento è dovuto ad una maggiore
confidenza dell’autore col suo personaggio?
R. Come ti raccontavo prima, in
realtà l’umore del commissario è venuto fuori del tutto in maniera spontanea,
legato al processo di scrittura. Evidentemente immaginavo così questo
personaggio e la prima persona ha evidenziato le sue caratteristiche,
facilitandomi nel compito di raccontare un poliziotto che non è e non fa
l’eroe, ma che deve forzatamente uscire dalla mediocrità della sua vita
cercando di risolvere il caso che gli spetta di turno.
3. Legandomi alla domanda precedente ti chiedo se puoi
confermare la teoria di molti autori, ossia quella secondo la quale i
personaggi di un romanzo seriale cominciano a prendere sempre più corpo e vita storia
dopo storia, quasi a diventare dei compagni delle giornate di uno scrittore e a
raccontare essi stessi le storie che vogliono vengano messe nero su bianco.
R. Confermo e ti dico di più. Adesso che sto scrivendo il
terzo e ultimo capitolo riguardante 1964, in cui ci saranno dei veri e propri
ribaltoni, sento l’esigenza non solo di programmarne un quarto, ma anche un
quinto e un sesto, così da non avere nessuna pausa di scrittura e poter
litigare e ridere con i personaggi delle mie storie. Non sono affatto un genio
della letteratura o un innovatore, nemmeno del genere giallo, ma non me ne
importa un fico secco. Lo dico sinceramente. Adoro sporcarmi le mani con questi
finti e per questo illimitati omini di carta e inchiostro, sono orgoglioso
della serie di Potanova, resa possibile grazie ai Fratelli Frilli Editori, e mi
arricrìa tantissimo scoprire, ogni
santa volta, piccolissime sfumature sia del commissario sia degli altri
personaggi che gli ruotano scomposti intorno, che prima non avevo ancora notato.
Succede lo stesso con la città e il calarci dentro il giallo. E in questo,
casomai, credo risieda l’originalità dei miei racconti: esserci io in ogni
pagina e non un altro scrittore.